Reg. Trib. di Benevento n. 290/20
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“Q“La spesa annua degli italiani nei servizi di comunicazione rappresenta la seconda voce delle famiglie dopo la casa”

Nel numero 1

Lo Stato Delle e Nelle Telecomunicazioni

La relazione (l’ultima della consiliatura presieduta da Angelo Cardani) del 2020 dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni calcola in 52,3 miliardi di euro il valore complessivo dei diversi mercati di interesse dell’Agcom, con una flessione del 2,8% rispetto all’anno precedente. Il settore delle telecomunicazioni non fa eccezione: nella rete fissa -1,7%, nel mobile -13,1% considerando il periodo 2015-2019.

Dopo il boom dell’intero settore delle telecomunicazioni e delle dot.com nella seconda metà degli anni novanta, gli ultimi due decenni hanno avuto un andamento variabile.  E certamente non ha giovato la mancanza di una visione strategica proprio sul tema della rete a banda larga e ultralarga. Ancora risentiamo della peggiore privatizzazione degli anni novanta del secolo passato, quella delle tlc. Parliamo dell’Italia, ovviamente, mentre – ad esempio – la Cina ha registrato un progresso impetuoso, tanto che il suo aggregatore di dati – Alibaba – sta nel vertice dei cosiddetti Over The Top (da Google, a Facebook, a Twitter, a Microsoft, ad Amazon).

Comunque, la spesa annua degli italiani nei servizi di comunicazione rappresenta la seconda voce delle famiglie dopo la casa. Malgrado i timidi passi avanti nella copertura del territorio, attraverso un piano di bandi pubblici, il primo vinto dalla società nata dalla sinergia tra Enel e Cassa depositi e prestiti (Open Fiber), pur in un contesto polemico con Tim-Telecom, la percentuale di popolazione connessa aumenta di poco. Solo un quinto beneficia dell’ultra larga e il digital divide è scoppiato nei giorni della pandemia, con molti studenti esclusi dalle lezioni a distanza. Restiamo al 25° posto nella classifica europea. Ultimi per le competenze digitali.

Il caso di Telecom è emblematico: l’ex monopolista è sta- to privatizzato nel 1997, male. Perché all’epoca la priorità fu data all’ingresso nell’Euro e, quindi, era indispensabile fare cassa. E poi, scalate, assenza di politiche adeguate, progressivo disinteresse dei governi. Ora, tardivamente, si vorrebbe dividere la rete dai servizi, “ripubblicizzando” la prima. Si poteva fare allora, come da varie parti si propose. Ma è bene che, finalmente, si esca dall’ubriacatura liberista e si imbocchi la strada di una significativa presenza dello Stato in un punto cruciale del tessuto nervoso democratico. Se si arrivasse ad un’unica società a prevalente capitale pubblico con l’unificazione tra Tim e Open Fiber   e con il conferimento di azioni aperto a tutti gli operatori interessati, ivi compresi quelli locali, avremmo un esempio positivo di Stato-innovatore.

Facciamo un passo indietro, per capire ciò che è accaduto. L’origine profonda dell’arretratezza e delle difficoltà italiane sta nella scelta manichea (e di interesse) perseguita fin dagli anni ottanta di privilegiare la televisione generalista rispetto al “cavo”, a differenza di quanto avveniva nei paesi mediaticamente già maturi. Si tratta del caso Berlusconi, come è noto.

L’arretratezza italiana qui, come altrove, non riguarda le qualità di singoli e di gruppi di ricercatori, spesso capaci “in solitudine” di trovare soluzioni innovative, in Italia o all’estero (i cervelli in fuga, come si usa dire), nelle start-up o nel software. Tocca i tratti profondi del modello di sviluppo, da rivedere completamente. E il virus ha inferto il colpo di grazia alle varie “terze vie”.

L’Europa, nel frattempo, procede per direttive e regolamenti ancora legati alle culture degli anni ottanta-novanta delle liberalizzazioni, supponendo un mercato infinito. In realtà, le cose si sono rivelate assai accidentate. Il capitalismo cognitivo si basa ora non solo sulle reti fisiche, quanto sulle “nuvole” degli aggregatori dei dati. Stiamo parlando dei “proprietari” degli algoritmi, dei grandi aggregatori di Big Data, Google e confratelli. I poteri reali del contemporaneo – intrecciati con la finanza – passano da simile frontiera. Sarebbe interessante una linea comune a Bruxelles per costringere gli Over The Top a pagare adeguatamente le tasse, per reinvestire gli introiti nell’occupazione giovanile, che ha in tali ambiti una delle vere opportunità. E sarebbe oltremodo necessario comprendere come i dati che ci riguardano del tutto impropriamente attengano alla sfera proprietaria degli Over The Top. E dobbiamo mettere all’or- dine del giorno il capitolo cruciale della trasparenza degli algoritmi, il latinorum conosciuto quasi esclusivamente da- gli oligarchi della rete.

Vincenzo Vita (Wikipedia)

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